Bernarda

Avere 30 anni a trent’anni

Ebbene sì. Li ho tanto invocati e con così tanto fervore che sono arrivati. Son giunti.

Eccoli. I miei famigerati 30 anni.

E ovviamente, da brava sfigatona quale sono, ho le mestrue. No vabbè.

Ero lì per lì per mollare tutto. Basta, chiudo bottega. 30 anni un cazzo.

Me ne vado, volo a strafarmi di polvere fatata con Peter Pan, qualsiasi cosa pur di non varcare la soglia come ho sempre vissuto, ovvero con gli ormoni impazziti, la cellulite, voglia di zuccheri da bambino obeso americano, e ovviamente l’incarognimento.

Non si fa.

Dovrei essere zuccherosa, dolcettosa e blablabla.

La verità è che ho 30 anni.

Tempo di bilanci, dicono. Io sono talmente nevrotica che i bilanci li faccio ogni 6 mesi. E ogni 6 mesi è sempre peggio.

No dai, non è vero.

Il punto è che no, nemmeno oggi sarò cuoriciosa e leziosa e mielosa e tutto quello che finisce con “osa” – tranne golosa, quello lo sono sempre. E anche maialosa. E favolosa. E petalosa – boato di disapprovazione da snob intellettuali seguito da buonismi pro-infanzia. Ka-boom.

Ma non divagare, o cattivissima neo-trentenne frustrata.

Perché si sa, avere 30 anni a trent’anni oggi significa tutta una serie di lunghe analisi socio-antropologiche, che io amo molto e che allo stesso tempo mi fanno incazzare.

Siamo la generazione mille euro, viviamo nella società liquida e abbiamo le ovaie a scadenza.

Siamo quelli che hanno paura del futuro, che si sposano tardi e non fanno figli, o ne fanno pochi.

Siamo quelli che invocano giustizia socio-politica e poi si pestano in discoteca ubriachi per non sentire un altro tipo di dolore.

Siamo quelli della seconda adolescenza, griffati fuori e vuoti dentro, però siamo anche genitori.

Siamo i bamboccioni che vivono con meno di mille euro al mese e la metà vanno in affitto, e col cazzo che quelli che ci chiamano così sarebbero sopravvissuti.

Siamo quelli che i nostri genitori sognano ancora il posto fisso per noi, e vaglielo a spiegare.

Siamo quelli celiaci, intolleranti, allergici e imbottiti di farmaci che non ci servono.

Siamo quelli che non hanno i valori della famiglia, che non hanno fede, che non hanno casa.

Siamo i figli dei divorziati, del boom delle famiglie rotte come vecchie cerniere, poi però siamo quelli incapaci di amare, e anche lì, vaglielo a spiegare.

Siamo quelli che non alzano mai il culo, poi però quando lo fanno devono stare al loro posto.

E siamo quelli confusi, con lacrime rotte che non escono.

Però siamo anche quelli che fanno ridere e ridono di gusto, le webstar della porta accanto, i comici con una microtelecamera che divertono perché, fondamentalmente, siamo autoironici. E questa è una forza.

Siamo quelli bloccati, senza relazioni, discontinui.

Siamo quelli cresciuti col “per sempre” e diventati adulti con “è eterno finchè dura”.

Siamo quelli che, sotto sotto, sanno che niente è per sempre, ma non si dice perché se non ci rimane nemmeno una convinzione, nemmeno un’idea, siamo fragili come castelli di sabbia.

Siamo i leoni da tastiera, i cugini grandi di Fedez, quelli che leggono boiate, poi però siamo anche scrittori, poeti, artisti e musicisti.

Siamo quelli che chissenefrega dell’ambiente, o i terroristi ecologici.

Siamo quelli degli estremismi alimentari, che combattono guerre, sempre da tastiera, per chi mangia cosa.

Siamo quelli con un grande faro espiatorio puntato addosso per non vedere quali sono gli “altri problemi”.

Siamo quelli laureati e sottopagati, diplomati e sottopagati,  disoccupati e sempre e comunque sottopagati, però ci sono anche quelli che si fanno il mazzo per un lavoro che amano e guadagnano un sacco di soldi, perchè se li sono meritati, e non devono ringraziare un cazzo di nessuno se non sé stessi; e nemmeno devono giustificarsi. Esistono anche lavori che piacciono, eh. Basta muovere il culo per trovarli.

Siamo quelli che si lamentano. Sempre. Per tutto.

Siamo quelli stanchi eppure pieni di litanie, in bilico tra passato e presente e incerti se fare passi che sarebbero naturali.

Ma sono i 30 anni. Benvenuto nel mondo adulto. Ora o diventi un borghese ingrigito e arido, oppure un hippie nostalgico e sconclusionato. Nessuna via di mezzo, caro mio. Prendi, o te ne vai. Incassi, o esci dall’Italia. Accetta un lavoro sottopagato, ringrazia e stai zitto. Ah, sei donna? Single a 30 anni? Ma non lo sai che la fertilità ha una scadenza? Che aspetti a trovarti un uomo? Mi sa che sei troppo difficile…

Io oggi entro nei 30.

Non mi sono mai sentita così consapevole. La consapevolezza porta un carico di dolore e fatica così grande che spezza il fiato, ma è lucida, attenta, concentrata.

E non mi sono mai sentita nemmeno così bella e a mio agio con me stessa.

Ed ho preso in mano la mia vita per la prima volta qualche anno fa. Sì, è stata lunga, ma ce la sto facendo.

Corro dei rischi; sto aprendo un’attività e si va da chi mi dice  “oddioecomefaic’èlacrisimacosativieneinmente” seguita da “Giulia, ce la puoi fare!”. Sta a te decidere quale campana ascoltare, come sempre la scelta è tua.

Mi innamoro, prendo delle batoste e sì, sono single, sì, voglio dei figli, e sì, avrò una famiglia quando farò pace col passato, con me stessa, con le persone che amo e che ho lasciato per la via.

Ho 30 anni e non mi sento a scadenza, sono giovane, incazzata e credo nel mio futuro, perché è nelle mie mani, perché ho sempre vissuto ai margini di un’esistenza da spettatrice, e perché non voglio più farlo.

Basta scuse. Il futuro è solo mio.

Thirty is the new twenty. Ora ho un corpo favoloso pieno di difetti, un sedere enorme che attutisce le mie cadute, e se a 20 anni non capivo un cazzo, adesso men che meno. Ma ci provo.

La vita è interessante. Sì, anche quella in Italia, anche con le tasse al 300%, anche con la crisi, il dover contare i soldi ogni singola volta che esco, le rinunce e le rotture di coglioni. Anche con la domanda “Ce la farò?” fissando il soffitto prima di dormire. Anche da single. Anche con le incertezze, le paure e le notti insonni.

E i miei 30 anni probabilmente saranno come sono sempre stati tutti gli altri: sfigati, incasinati, incazzati, pieni di prove da superare e di sfide da accettare, di scivolate maldestre e di patimenti, di grandissime rotture di coglioni e di mestruazioni, di dolci fatti in casa e di vino bianco, di chili di troppo, del sorriso delle persone che amo.

Ecco perché no, oggi non riesco a farvi ridere e nemmeno ad essere zuccherosa, e nemmeno ironica, dissacrante, sarcastica.

Oggi sono semplicemente io.

Grazie per essere qui, con me, anche attraverso uno schermo.

Giulia