Manzo

Il Branco

Dunque, tanti tantissimi anni fa c’era una volta l’homo neandertaliano, quello che ricorda molto uno scimmione, quello che ad un certo punto tac, ha fatto un balzo ed è partito verso nuove avventure evolutive. Il fatto che alcuni siano rimasti così anche milioni di anni dopo è un mistero, ma non siamo qui a cincischiare.

Al tempo per l’homo siffatto era fondamentale, vitale stare in branco. Eh già, perché un mammut incazzato non si fa ammazzare facilmente per la tua cena, perciò devi trovarti altri barbuti che abbiano fame come te, e che temono per i loro testicoli come te, perché hanno una homa incazzata, affamata e con 4-5 pargoli che urlano tutto il giorno nella grotta. L’homa nella caverna non ce la fa mica più ad una certa, e se tu torni pure a mani vuote ti prende a pedate finchè non torni a caccia il giorno dopo. Quindi questi coraggiosi manzinidi partivano armati di frecce e armi artigianali, e più erano e più avevano possibilità di riuscita. L’unione faceva davvero la forza. Come ogni branco, c’era il leader, i gregari, il solitario, e così via. Ognuno col suo carattere. Bon.
Oggi. Oggi nessuno deve più cacciare dentro le mura di Lucca. Solo qualche gatto conserva velleità predatorie con qualche topo (ebbene sì, ci sono, sono grossi e molto, molto più furbi del lucchese medio). I manzi però conservano quella bertuccia interiore, quel richiamo della natura che li spinge ad aggregarsi in branchi con regole e intenzioni più o meno cretine. Per una strana legge, la già precaria volontà manzile si appiattisce del tutto quand’è in compagnia del branco, sostituita da una realtà collettiva gutturale e archetipica. Milioni di anni di evoluzione non sono serviti ad una beneamata minchia, perché basta che formino una squadra di calcetto domenicale che si sentono tutti novelli Tarzan, con le panze e la stempiatura, salvo poi tornare a casa dalle mogli e dalla pasta al forno. Dal giovincello all’homo di mezza età, cambia qualche grugnito, ma le dinamiche si conservano.

Basta osservare i giovin manzetti un qualunque sabato sera: urla da scimmioni, scherzi goliardici, passo strascicato e ululato alla luna. Il leader si riconosce subito: ha le penne lucide, l’atteggiamento da gallo cedrone e di solito o urla più degli altri, o sta zitto. Viene riconosciuto come il capo, decide, dispone e pontifica, ma solo dopo che gli hai spiegato cosa significa la parola “pontifica”.

Quando il branco è di libera uscita, sente di poter conquistare il mondo, sfanculare mogli e figli, e srotolare il residuo filogenetico che dice loro di essere dei predatori dal pisello lungo e dal cervello più furbo del mammut. Se poi devono festeggiare una vittoria sportiva o altro, allora sì che si spalancano le porte della cretinanza: possono arrivare a girare per le strade nudi, ubriachi, fumati e sudati, con il giovane iniziato che deve superare tutta una serie di riti di passaggio, dal bere a testa in giù all’essere malmenato da tutti, al dover broccolare qualsiasi disgraziata gli capiti sotto mano eccetera.

Sì, perché nel branco non ci entri di diritto. Te lo devi conquistare a caro prezzo. Devi esporre i genitali, dare prova di coraggio e forza, guidare bendato, mangiare 5 Buondì in 2 minuti senza bere (provateci, è impossibile) e insomma mettere la tua salute in pericolo in vario modo. Tutto questo l’ultimo arrivato lo fa con l’orgoglio del mulo da soma, fiero come un capitone sacrificato a Natale, perché vuole davvero entrarci, farne parte, mostrarsi con loro.
Ma insomma alla fine il branco, con i suoi componenti con gli occhi da triglia, di per sé è un fenomeno affascinante. Fanno quasi tenerezza.
In certe notti di luna piena, la leggenda dice che se presti l’orecchio, li puoi sentire nella via principale del centro storico, col passo scandito dal rumore delle clave che battono all’unisono.