Bernarda

La sposa single

L’argomentissimo si fa da sé oggi.

In realtà non ha avuto un’idea proprio nuovissima, perché prima di lei c’è stata la divina Carrie di Sex and the City e un tizio (tale Nello) che non si è filato nessuno.

Tuttavia si sa che le donne nel bene e nel male fanno più scalpore, chissà perché.

Forse perché le donne e il femminile in generale fanno cacare sotto tutti? Non siate timidi, si sa.

By the way, la Laura è una biondazza scolpita di 40 anni single da tempo indeterminato che una mattina ha deciso di fare una roba “diversa”, originale e controcorrente: si è sposata da sola.

Avrà pensato: “Non ho un uomo, ma voglio sposarmi lo stesso. Voglio il barcone di regali, gli invitati, il fotografo, il tortone a 5 piani e ovviamente un vestito bianco e sfarzosetto il giusto. Bon. ‘zzo faccio?”

E pensa che ti ripensa, colpo di scena: sposo me stessa. Convolo a nozze con la mia Bernarduzza.

E non s’è fatta mancare niente: matrimonio da 10.000 schiaffoallamiseria cucuzze con abito principesco, tortone a 5 piani e invitati commossi (?). Diciamo che la commozione mi stona un po’. O meglio, comprendo che ci sia una sorta di liberazione, di inno alla gioia dell’essere single sposata, dell’anello che ti autoregali; manzomma…

Nel frattempo ha fatto anche un signor viaggio tuttospesato in qualche posto esotico ed è tornata fresca come una rosa. Chiamala scema.

Fin qui a me la storia è piaciuta, o meglio, ha smosso qualche mostrino sepolto in tutte le ragazze over 30 single: l’ombra del matrimonio. Le favole con cui sono cresciuta inneggiano al matrimonio come “lieto fine”, come persemprefeliciecontenti, come qualcosa che ti consacra e consegna ad un altro stato. È un passaggio, un consolidamento. Già.

Però poi cresci, e questo concetto inizia a star stretto. In generale io sono pro-celebrazione. Secondo me qualsiasi passaggio va celebrato come si desidera: la laurea, il compleanno, un nuovo lavoro, una nuova casa, una relazione, persino una nuova macchina. Bisogna celebrare i passaggi importanti ed anche quelli piccoli, è bene festeggiare e festeggiarsi. Laura in realtà mi ha ricordato una specie di rito autocelebrativo, un passaggio in cui la persona decide di amarsi per quello che è. È la versione 2.0 di una frase che io amo molto e che ripeto a me stessa:

“Le persone possono entrare e uscire dalla tua vita, ma dovrai vivere con te stesso per sempre”.

Non è possibile divorziare da sé stessi: o forse sì. Ci sono molti modi, dal più banale voler ignorare i propri desideri a comportamenti autodistruttivi costanti, ma questa sede è troppo burlonamattacchiona per trattare questi argomenti. Fatto sta che tu hai un corpo, una testa (spesso di cazzo) e una vita da attraversare; puoi scegliere come e con chi, ma non puoi scegliere di non essere te stesso. Nemmeno se ti devasti la faccia con la chirurgia plastica, nemmeno se cambi nome e identità, nemmeno se ti uccidi: la tua essenza è quella.

Guardate che ‘sta roba la capisce e l’accetta forse solo l’1% della popolazione eh. 

A parlarne sembra ovvia e scontata, ma non lo è. Pochissimi si amano per quello che sono, anche perché amarsi significa lavorare su sé stessi, perché quando ami qualcuno desideri che evolva, che migliori, che sia felice.

E indovinate questo cosa comporta: sbattimento. Tanto, tanto sbattimento. E chi vuole farlo? Molto meglio dire “Io son così” e sopravvivere.

Dicevo. Tutto bene fin qui, un’affermazione provocatoria e anche allegra dello “sticazzi, non mi serve un uomo per esser completa”. Mi è venuto il dubbio che però ci fosse la zampaccia dell’ego. Che l’eco mediatico non l’abbia rincoglionita con deliri di onnipotenza. Che senso ha fare la pagina facebook per esempio? Che senso ha diventare un personaggio, se non nutrire una carenza, una mancanza? Non ci credo che sia tutto smaliziato ora. E se fosse una richiesta di attenzioni? E se fosse un grido di solitudine che si riempie con tanti “brava!”. A quel punto siamo tutti sulla stessa barca, dipendenti da attenzioni altrui, che siano maschili, della folla, dei genitori che non ti han detto “brava” da piccola e così via. A quel punto non c’è emancipazione, ma un morboso interesse rattoppato con un nome diverso.  C’era davvero bisogno di tutto ciò?

Non so, non ho risposta, nessuno ce l’ha.

Però una cosa me l’ha ricordata, ovvero di celebrare me stessa e l’unione con me stessa tutti i giorni. Questo è importante.

Forse non è necessario sposare me stessa.

Forse basta ricordare che io sono già sposata con me stessa.