Bernarda

Lo stereotipo delle donne col ciclo

Bene, è solo lunedì e sono già in ritardo.

Come sempre. Appena mi sveglio sono già in ritardo. Ma come kispios fanno gli iperattivi della mattina, i razzi sempre svegli, i faccia da mulinobianco ad alzarsi e pam, nel giro di 30 minuti sono lavati stirati e hanno anche già fatto colazione. Ma che ve possino guarda.

Dunque, stamani ho fatto le crepes. Sono venute una schifezza, chevvelodicoaffare.

Quindi niente, se già vi aspettate la mia dose di carogna settimanale, state prontoni ad una quasi mestruata che ha pure fatto una colazione di merda.

Perché sì, noi ci sbattiamo tanto per difendere il nostro diritto a non subire stereotipi femminili, quando in realtà la verità è un’altra, e la sto per scrivere a chiare letterone, e suonatemi sotto casa che vi sfido a confutarmi in queste condizioni.

Le donne col ciclo sono uno stereotipo.

Aaaah. Libertà!

Non tutte, eh. Quelle perfettine anche col ciclo se ne possono andare a perfettineggiare sul blog di Felice e Pallosa.

Ma noi donne veraci, noi capesante sfigate, noi che ci svegliamo e sembriamo zombie sbronzi, noi che la nostra casa è sporca anche dopo averla pulita, noi che il gatto ci comanda e ci bullizza, noi che non sappiamo cucinare un uovo sodo ma sappiamo bere come alpini ad un raduno, ecco, noi sì, cazzo, che siamo uno stereotipo col ciclo.

Parte tutto con largo anticipo. La sindrome premestruale a volte è quasi peggio del ciclo stesso.

Non è forse l’attesa del ciclo, essa stessa il ciclo?

Sì. A ‘sto giro sì.

Per un tempo variabile il nostro umore cambia. Possono esser due giorni come una settimana (io appartengo a questa catena evolutiva privilegiata), fatto sta che sentiamo che ci sale il malvagio dalle viscere. L’ovaio si incazza di brutto, un piccolo minuscolo ovulino invisibile ad occhio nudo si stacca e voi pensate maddddai, che sarà mai? Invece nonostante le dimensioni in micron quello si porta giù con sé una valanga degna del miglior film di Tarantino, mentre scende a valle si porta con sé sogni infranti, carogna libera e chili di cioccolato da ingerire.

Ecco. Sì.

Nell’attesa vorremmo semplicemente morire, o uccidere, o morire e uccidere alternatamente.

Le giuoie dell’esser donna sono tutte condensate lì, nell’odiare tutti, nel sentire quel tarletto di follia ciclico che sale, che ti prende il cervello, che ti fa elaborare piani strategici per non andare in prigione e commettere tutto ciò che gli ormoni suggeriscono.

Perché cari cercopitechi nostri adoratissimi, noi non abbiamo una volontà in quel momento. O meglio, non vorreste vedere la vera volontà che ci si scatena dentro, quella dettata da millenni di ereditarietà di sofferenze tutte collegate all’utero, croce e delizia dell’umanità.

Poi ad un certo punto c’è una piccola esplosione, che da piccola diventa appunto tarantiniana, e capisci che da quando sei bambina fin quando sarai una prugnotta un filo più stagionata ti toccherà. Ogni santo mese. Ogni 28 cazzominchia di giorni riparti da capo. Sopravvivi ad uno ma hai una blanda tregua.

Quando arrivano da una parte c’è un sollievo, uno sfogo, una liberasion. Dall’altra i sensi si amplificano ma siamo costantemente stordite, umorali e intolleranti. Inconsciamente ci chiediamo perché il resto del mondo non ci venga incontro su nuvole rosa e con cestini di muffin ripieni ad attenderci.

Per esempio, perché un trapano nella via sotto casa sta lavorando INCESSANTEMENTE da quando sono sveglia? Perché al Comune gli è venuto in mente che deve rifare tre mattonelle di numero proprio sotto casa mia di lunedì mattina? Perché?

Poi ditemi che una non si deve incazzare.

Quindi io stamani difendo il mio diritto ad essere uno stereotipo anche piuttosto odioso e petulante. Fatemi lamentare di quanto il mio corpo sia una macchina pronta ad esplodere di liquidi trattenuti, di contrazioni non richieste, di espulsioni a volte anche dolorose che cheppalle, si vorrebbe evitare ogni tanto. Ma come sempre succede, il corpo femminile ha una saggezza inspiegabile, è un contenitore di segreti vitali ed eterni, e nel suo essere ciclico ci insegna che la natura stessa è ciclica. Le stagioni, le maree, i pianeti, tutto è in circolo ed ha un circolo, quindi noi donne abbiamo come somma punizione il doverci azzeccare a dei mononeuronici, ma intanto creiamo qualcosa di molto più grande ogni mese. È una possibilità che in qualche modo si spezza, e volenti o nolenti un po’ ci incazziamo, anche solo per motivi biologici.

In ogni caso vorrei una pausa dalla possibilità di essere inseminata, anche solo un mesetto.

La cosa bella, anche, è quando tra donne che vivono a stretto contatto si sincronizzano i tempi. Lì sì che è uno spasso. Lì sì che tutti gli stereotipi di tutto il mondo si condensano in un’unica voragine incazzosa e isterica, lì sì che sai come entri ma non sai se esci. Avere il ciclo insieme è una delle più grandi potenziali associazioni a delinquere, o un potenziale bagno di sangue tra amiche.

Vabè, vi saluto, devo andare a rompere un trapano in testa a qualcuno.

E se credete che sia parecchio incarognita, pensate che questo umore è uno dei più tranquilli.

Di solito sono peggio.